
[Senza vergogna né chiedere il permesso, rubo a @itscerchio questa bella foto]
In questi ultimi due anni – avevo scritto, in originale, “in quest’ultimo anno”, e invece ormai sono due: come passa lento il tempo da quando non ci sei – mi sono concesso un po’ di giocare al gioco della ristorazione: qualche evento al @lopozcagliari, qualche evento al @bar_florio, molte chiacchiere, un po’ di incoscienza.
Mi sono divertito a sopravvivere nel fare una cosa difficilissima, e ne ho guadagnato una grande stima per chi ha il coraggio di farlo davvero, di professione, fra costi della spesa alle stelle, complessità organizzative, rapporti difficili coi clienti, aspettative e pretese proprie e degli altri. Ci vuole proprio una vocazione per andare avanti, e continuare ogni giorno, per resistere alla stanchezza fisica e mentale. Grazie, ragazzə.
Questo non è il mio lavoro e mai lo sarà. Ma mi fa piacere dare spazio a una parte di me in cui un po’ rivedo mio padre, un po’ rivedo Davide, un po’ mi riconosco molto: la convivialità del mangiare, l’esperienza comune, lo stare insieme. Il fare fatica per fare stare bene gli altri. Per me è più una questione di inventare e costruire una storia attraverso il cibo, per creare un contesto di incontro per chi poi se lo mangia. Il cibo come attività sociale e comunitaria.
Questo non è un post di grandi proclami. Non voglio fare grandi cose con la ristorazione e anzi, continuerò così, a “giocare” – nel mio modo pibinchissimo e precisetti di vivere le cose – se mi va e quando mi va, a fare con leggerezza una cosa serissima (@te_cca è un po’ una dimostrazione: un contenitore vuoto che riempirò piano piano, senza ansie, forse). A dare il mio taglio.
Questo solo un post per spiegare il dietro le quinte. Lo stato d’animo. La stanchezza e la soddisfazione. Ma è anche un post per ringraziarvi, tutti voi che mi venite dietro e ogni tanto vi ritrovate a mangiare cose pensate o fatte da me. Anche a voi: grazie, ragazzə.
